Cesano di Roma

Edicole sacre del territorio cesanese: opportunità e urgenza della loro tutela e valorizzazione

Edicole sacre del territorio cesanese: opportunità e urgenza della loro tutela e valorizzazione

Edicole sacre del territorio cesanese: opportunità e urgenza della loro tutela e valorizzazione
agosto 09
21:57 2017

Aggirandosi per i vicoli della “vecchia” Roma, oppure transitando per le vie, oggi non meno trafficate, del Suburbio capitolino, non si può non rimanere colpiti dal gran numero di immagini sacre che la pietà popolare ha eretto nei secoli a gloria della Vergine.

Posti, per lo più, sulle aeree facciate dei palazzi storici, esposti alla pubblica venerazione in intimi giardini o presso i crocicchi delle strade, sovente eretti da mani devote e supplichevoli negli angoli più suggestivi della Capitale e della sua periferia (ovvero nei punti più strani ed improbabili, ma pur sempre comunque evidenti nel tessuto urbanistico cittadino), questi piccoli monumenti testimoniano la devota ammirazione che il Popolo romano ha continuativamente riservato alla “sua” Celeste Patrona: scolpita o dipinta nei più vari atteggiamenti, inquadrata in più o meno complessi apparati decorativi, sotto diversi titoli ed invocazioni. E ciò non deve sorprendere più di tanto, quando si consideri che l’origine di queste “immaginette” è generalmente da riconnettersi – salvo rare eccezioni – ad avvenimenti “straordinari” che indussero il proprietario/affittuario dello stabile, un viandante o un forestiero in transito in un determinato luogo dell’Urbe e della sua Campagna, ad innalzare sulla pubblica via un segno tangibile di riconoscenza o di esaltazione della Divina Madre.

Rare nel Medioevo, ma numericamente più frequenti dal Rinascimento a tutto l’Ottocento, con punte di affermazione nel cosiddetto Secolo Breve, la devozione popolare assegnava a queste immagini disseminate nel territorio urbano e peri-urbano un potere taumaturgico a protezione delle messi, degli uomini e della case; e grazie ai lumini che ardevano perennemente nei loro pressi, le offriva generosamente alla cittadinanza quale «sicuro riferimento topografico nelle notti buie», e al forestiero come «parte integrante del carattere di questa complessa e ineguagliabile Città» (R. Travaglini di S. Rita, in Edicole mariane a Roma, Roma, E.P.T., 1973, p. 7).

Prescindendo dal fatto che si impongano o meno, per dimensioni o antichità, per pregio artistico, suntuosità degli ornamenti o per la varietà delle forme esteriori («a medaglione», «a finestra» o «a tabernacolo»; sormontate da un baldacchino e guarnite con mensole, inginocchiatoi o piccoli altari), tali «icone sature di ricordi e di storia costituiscono ancora nel nostro tempo piccole oasi di serenità in mezzo al turbinare della vita quotidiana», nonché punto di riferimento certo della toponomastica locale; «da esse emana una luce confortatrice ed il passante, alzando lo sguardo verso l’alto, sente l’animo dischiudersi alla dolcezza e alla speranza, ed il bisogno di elevare per un istante la mente al di sopra delle umane vicende» (P. Parsi, Edicole di fede e di pietà per le vie di Roma, Roma, Casa editrice Pro-familia, 1939, p. 16).

Approcciare al giorno d’oggi le “Madonelle” devozionali, sovente scolorite dal tempo e dalle intemperie, significa riconnettersi ad un mondo scomparso, che però vale la pena di rievocare, andando di strada in strada, di località in località, di cantuccio in cantuccio, per rintracciare e ricostruire, per quanto ancora possibile, straordinarie vicende di umanità e di fede altrimenti sconosciute: lavoro tutt’altro che agevole, ma spesso confortato da suggestive visioni e mistiche testimonianze.

Tentare di recuperare alla “fruizione” collettiva le immagini stradali (sovente esposte all’ottuso vandalismo degli uomini), ricostruirne la memoria talvolta dispersa attraverso la raccolta di informazioni dalla viva voce degli “informati dei fatti”, si pone, del resto, al presente più che mai, come un servizio devoluto alla collettività (Edicole sacre romane: un segno urbano da recuperare, Catalogo della Mostra a cura di L. Cardilli, Roma, Palombi, 1990). Configurandosi, infatti, come beni artistici minori afferenti alla tipologia del «Sacro popolare», le edicole incarnano le memorie di un determinato tempo e luogo, potendosi dunque a pieno titolo annoverare tra quelle testimonianze materiali di civiltà, che a prescindere dallo specifico valore estetico, detengono «aspetti essenziali dell’identità di una Comunità» (v. V. Baldacci, Tre diverse concezioni del patrimonio culturale, in Cahiers d’études italiennes, 18, 2014, p. 49 ss.).

Su tali inconfutabili basi, riscontrata la particolare frequenza di simili ‘memorie’ nel Suburbio capitolino di Nord-Ovest, ed in particolare nell’areale del borgo storico di Cesano di Roma; considerata la fragilità e la contestuale scarsa tutela e valorizzazione dei suddetti manufatti (a fronte dell’assenza di un’apposita normativa pubblica in merito), non può non esprimersi il fervido voto che venga quanto prima elaborato ed avviato un piano di sistematico censimento di queste particolari architetture sacre: un progetto topico che sulla base di proficue esperienze analoghe (si veda, inter alia, il catalogo Edicole sacre nel territorio della Comunità montana dei Monti Martani e del Serano, a cura di R. Orsini e T. Ravagli, Spoleto, Comunità montana dei Monti Martini, 2008) contempli (1) un’attenta indagine sul campo, non disgiunta da una capillare ricerca “archivistico-documentaria” su questi Beni; (2) un’altrettanto avveduta analisi cronologico-iconografica degli stessi; (3) analisi che va ovviamente integrata e supportata da puntuali campagne di rilevamento grafico e fotografico. Il tutto finalizzato alla predisposizione di itinerari di visita attraverso il territorio di riferimento che possano contribuire viepiù a storicizzare e ad esaltare quel legame indissolubile tra uomo e ambiente che qui come altrove ha definito la trama unica del paesaggio tricolore.

Fabrizio Vistoli

© F. Vistoli, 27.07.2017

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